domenica 19 marzo 2017

Oggi vi racconto... Ti ho vista che ridevi di Lou Palanca


Lou Palanca è un collettivo di scrittura a geometria variabile che, con Rubbettino, edita Blocco 52 (2012) e Ti ho vista che ridevi (2016).

Ti ho vista che ridevi è uno spettacolo puro, di sole 200 pagine, nelle quali si racconta la vita di Dora, di Luigi Vizzaro, di Angiolino Gabetto e dell'altra Dora.
È una storia che tratta l'arretratezza, l'ignoranza e il predominio maschile sulla donna, nonché gli usi e le abitudini di una Riace degli anni 50. Difatti, la diciassettenne riacese Dora è costretta a vivere sotto gli occhi di una società degradata, ancorata al passato, vittima di pregiudizi e probabilmente ancora misogina; pertanto, si rappresenta il dramma che rende le donne vittime dei propri desideri, le quali si discostano rispetto le norme morali e sociali del periodo.
Luigi, ti consegno quel poco che so. Tua madre era più giovane di sua sorella, che all'epoca era già sposata e ancora senza figli. Tu sei arrivato all'improvviso, troppo presto e senza un padre. All'epoca, capirai, Riace non era un posto per ragazze-madri. 
Di fondamentale importanza è il tema dell'erranza radicale, la quale viene documentata con precisi dati anagrafici, ed esplicita la necessità di scappare per poter sopravvivere. Si descrive un lento spopolamento dei paesi, la forzata emigrazione, per cui il viaggio significava la scelta di una nuova vita. È proprio questo che si trova a dover affrontare Dora negli anni settanta, nonché una società che la ripudia per il suo amore precoce e che la relega ad abbandonare ogni affetto per trasferirsi a chilometri di lontananza, con la promessa di sparire per sempre.
Sebbene Dora sia una donna emancipata, la società persiste nel considerarla inferiore, probabilmente per il naturale destino biologico che ella possiede. Proprio per questo, nonostante le giovani donne auspichino alla cultura, hanno come unica possibilità il matrimonio, possibilmente con un uomo ricco.
(...) avrei trovato lavoro nella città in cui mi ero spostata per studiare e dove un giovane collega dell'ultimo anno di corso mi avrebbe invitata a cena e mi avrebbe raccontato la sua gioventù dolce, così diversa dalla mia (...). Eccoli qui i miei sogni postumi, la mia ingenuità di ragazzina che invadeva il corpo rotondo di una vedova di mezz'età, come se tornare indietro fosse una possibilità e non una condanna, come se non mi fosse bastato il dolore da cui finalmente mi ero affrancata. 
Dunque, l'opera è un'antologia della consuetudine, la quale narra come diversi piemontesi presero in sposa donne calabresi, costrette ad abbandonare tutto, anche il loro reale amore, per l'ignoranza atavica che albergava nella mentalità umana. È una necessaria riscoperta delle origini, della famiglia reale. Tuttavia, si tratta di un'ignoranza ciclica, la quale si presenta - ancora come protagonista - nell'ultimo capitolo e dalla quale ci si salva solo con l'affetto vero.

È un inno alla salvezza, il proiettarsi alla volta di una vita felice, negata dalle ingiurie di chi ci è più caro.
Non ho paura, mamma, ma ne sono sicura solo adesso che ti ho vista.

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