mercoledì 12 aprile 2017

Oggi vi racconto... Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Luigi Pirandello è uno degli autori italiani più rilevante del primo Novecento, dal momento che interpreta alla perfezione la crisi delle certezze positivistiche e la perdita di fiducia verso il reale. Si cimenta in diversi generi letterari, dalla saggistica alla poesia, alla narrativa e alla scrittura cinematografica. 

È fondamentale sottolineare che, alla base del suo pensiero, vi è l'identificazione della realtà e dell'uomo come soggetti ad un perpetua trasformazione, ad un passare da una forma all'altra, nonché un fluire incessante di maschere. Pertanto, l'autore vede la società come un'illusione, una costruzione artificiale, dalla quale ci si può scostare solo gettandosi nell'immaginazione o nella follia. Inoltre, essendo tutto ingannevole, egli rivendica la verità come puramente soggettiva, sottoposta a molteplici interpretazioni. 

Uno, nessuno e centomila fu pubblicato (in volume) nel 1926 e rappresenta in pieno la crisi dell'identità individuale. Infatti, l'opera inizia con una discussione fra Vitangelo Moscarda e sua moglie, la quale gli fa notare che ha il naso leggermente storto. Questa semplice osservazione crea in lui uno shock fatale, poiché scopre di non essersene mai accorto e che possiede un'immagine di se stesso differente rispetto a quella degli altri. Da qui, nasce in lui il dilemma, l'ossessione che sconvolge la sua precaria vita. 

È evidente come questa presa di coscienza consenta al nostro Gengé di scoprire di non essere uno, bensì centomila - a causa delle prospettive altrui - e, quindi, contemporaneamente nessuno. Gengé rifiuta le rappresentazioni che gli altri hanno di lui e, nella speranza di rinnegarle, dapprima ricorre a una serie di futili scelte, per poi rinunciare ad ogni identità scegliendo il fluire della vita. Appare qui la presenza della follia, ossia l'elemento chiave dell'opera poiché consente al protagonista di scostarsi finalmente dalla sua ossessione, dal suo problema esistenziale. Dunque, il testo pirandelliano può essere definito una lettura necessaria - se non obbligatoria - per comprendere l'impossibilità di ottenere una verità oggettiva: la costruzione di se stessi, l'immagine che possediamo di noi, le proprie risposte alla domanda «chi sono realmente?» sono solo una piccola esattezza dell'intero quadro.
E sentiamo la nostra vita come lacerata tutta, meno che in un punto per cui resta attaccata ancora a quell'uomo. E questo punto è vergognoso [...]: quel seme gettato ch'egli non sapeva, ritto ora in piedi e con due occhi fuoruscenti di lumaca che guardano a tentoni e giudicano e gl'impediscono d'essere ancora in tutto a piacer suo, libero, un altro anche rispetto a noi.  

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