martedì 6 giugno 2017

Maggio in libri

Maggio sa di primavera e fiori, di un sole che irraggia e riscalda la pelle piacevolmente; è un mese che ho apprezzato e che mi ha regalato piacevoli emozioni in fatto di libri.



Senza coda (2005) di Marco Missiroli è stato il primo libro che ho letto durante questo mese. Dell'autore riminese avevo già letto Atti osceni in luogo privato, pertanto - conquistata dal nostro primo incontro - ho comprato senza rimuginare il suo romanzo d'esordio.
Il protagonista è Pietro, un bambino di dieci anni, il quale trascorre l'estate cercando le lucertole per staccargli la coda; ad aiutarlo nella sua impresa è Nino, il giardiniere di famiglia, il quale si prodiga anche nel mantenere pura l'infanzia del giovane Pietro, cercando allo stesso tempo di fargli comprendere la realtà che lo circonda. Infatti, attraverso il pensiero e le genuine descrizioni del bambino, si evince che il padre è un malavitoso e che la villa è sorvegliata da poliziotti. Ad ogni modo, la crudeltà paterna arriva ad intaccare anche la limpidità dell'infanzia, rendendo dunque il figlio un mezzo per consegnare delle ambigue e misteriose lettere sigillate a Carmine, un uomo rabbioso e violento.

Ma come può un bambino comprendere la rabbia, la cattiveria, la triste realtà che lo circonda? Come può un bambino saper distinguere il sangue dei cattivi - il quale deve essere versato - dal sangue dei buoni? E soprattutto chi è suo padre per decretare a quale categoria un uomo appartiene in realtà?

Senza coda è una breve ma intensa lettura, un tuffo in una consueta ma triste realtà, la quale viene scrutata al fine di una comprensione da parte di un bambino, i cui sentimenti e ingenuità fanno da protagonisti.
Io da Carmine non ci voglio andare per niente ma papà vuole che ci vado lo stesso. Me l'ha detto. Oggi ha detto:" Fra tre giorni ci vai da Carmine, a papà?". Allora io ubbidisco così è felice e ritorna buono e lascia stare mamma e dice che sono il più grande cacciatore che esiste. Il più bravo di tutti.

 Kafka sulla spiaggia (2013) di Haruki Murakami mi è stato regalato per la laurea e ho scelto che mi accompagnasse durante un viaggio a Firenze.
Il romanzo è composto da due storie, da due viaggi che finiscono con lo scontrarsi e l'intrecciarsi. Tamura Kafka è un ragazzo di quindici anni, abbandonato  in tenera età dalla madre e dalla sorella, che decide di fuggire di casa per scongiurare l'avverarsi di una profezia annunciatagli dal padre; dunque, arriva a Tamakatsu, dove scoprirà una biblioteca privata.
Contemporaneamente, seguiamo le vicende di Nakata, un vecchio ingenuo che perse tutta la sua essenza e metà della sua ombra in seguito ad un misterioso incedente; in seguito a quest'ultimo, non fu più capace di leggere e scrivere ma acquisì la possibilità di parlare coi gatti. Proprio per questa sua particolarità, viene coinvolto in un omicidio e sarà costretto anche lui a scappare a Takamatsu.

La trama è molto particolare e originale, arricchita da una descrizione minuziosa e piena di dettagli, i quali consentono di immedesimarsi alla perfezione.
Sebbene mi sia piaciuta la metafora dell'uomo - o ragazzo - che tenta di arrestare il proprio destino, nonché una bufera di vento e sabbia, non apprezzo la decisione dell'autore di lasciare gran parte dei misteri irrisolti o, per meglio dire, sotto forma di ipotesi. Indubbiamente, comprendo che questo avviene poiché non è possibile spiegare tutto a parole ma, per gusto personale, amo quando i tasselli si rimettono al loro posto.
Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro.

L'amore dura tre anni  (2008) di Frederic Beigbeder l'ho incontrato in un mercatino dell'usato e, un po' per curiosità, un po' per scetticismo, ho deciso di acquistarlo.
Il protagonista è Marc Marronier, un parigino cinico che ha smesso di credere nella bolla rosa ed eterna che avvolge gli innamorati; infatti, secondo Marc, anche l'amore è soggetto a scadenza - come una qualunque altra cosa esistente - il cui tempo massimo è appunto tre anni. Frenarsi davanti all'innamoramento è impossibile e, proprio per questo, Marc cede ad Alice, ma riuscirà a battere il suo credo? Infatti, in brevissimi capitoli, l'autore ci espone dunque il suo punto di vista riguardo il matrimonio, il quale viene attentamente giustificato dall'esperienza del protagonista. Sarà davvero così o il suo modo di vedere è solo la conseguenza di un brutale cinismo?
[...] e allora mi sono reso conto che quando si è innamorati si scrivono frasi senza capo né coda, non si ha più il tempo di mettere dei punti, bisogna continuare a scrivere, scrivere, correre più lontano del proprio cuore, e la frase non vuole fermarsi, l'amore non ha punteggiatura, e lacrime di passione colano, quando si ama si finisce sempre per scrivere cose interminabili [...].

La trappola di Maigret di Georges Simenon è il libro con cui ho concluso Maggio e ve ne ho già parlato qui. In sostanza, è stato un piacevolissimo inizio con Maigret che credo continuerò ad esplorare.

E ora, pronti per Giugno!  

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